Un talento da olimpiade: la storia di Sara Berutto, dietro le quinte degli show più spettacolari al mondo

Esistono per davvero quelle persone che già da piccole hanno le idee ben chiare su cosa fare da grandi. Ne è la prova Sara Berutto, da sempre abbagliata dal mondo dello spettacolo tanto da essere tra le poche persone a non avere dubbi su quale università intraprendere: terminato il classico Sara si iscrive al DAMS di Torino e appena al secondo anno di università entra nel mondo del lavoro seguendo il casting di una soap opera e assistendo la regia di alcuni progetti su Torino e dintorni.
In quegli anni però le soap opera non erano le uniche occasioni professionali per chi lavorava nel mondo dello spettacolo: il 2006 è l’anno del primo grande evento di Sara, chiamata come cast coordinator per due delle cerimonie delle Olimpiadi di Torino 2006, una full immersion da sei mesi complessivi: “stavo ancora studiando per l’università, ma di quel periodo non ricordo un solo momento che non fosse legato al lavoro”.

Dopo un master di scrittura ed editing per audiovisivi e una specialistica in Semiologia degli audiovisivi, attraverso il progetto Talenti Neolaureati Sara vince una borsa per la prima delle sue innumerevoli esperienze oltre confine volando a New York, destinazione redazione estera de La Stampa. Da qui, non si torna più indietro: il rientro a Torino ha vita breve e dopo pochi mesi inizia a seguire i grandi eventi sportivi in giro per il mondo, anno dopo anno: Olimpiadi di Londra 2012, Sochi 2014 e Rio de Janeiro 2016 per poi tornare in Canada ma, questa volta, non più per lo spettacolo sportivo. Oggi Sara è manager del dipartimento Partner Support and Services del Cirque du Soleil, tra le imprese internazionali di entertainment live e media più conosciute al mondo. 

Abbiamo fatto due chiacchiere con lei per scoprire la sua storia e cosa significhi lavorare nei backstage degli eventi tra i più spettacolari al mondo.

Come hai scoperto il progetto Talenti Neolaureati e come hai vissuto la tua esperienza in una redazione negli States?

Ricordo di aver notato la cartellonistica del progetto Talenti per le strade della città e, soprattutto, ricordo l’insistenza da parte di due amici che mi convinsero a provare la candidatura. Tra le numerose borse, per la maggior parte a indirizzo scientifico, ce n’era una dal taglio più umanistico che sembrava essere perfettamente in linea con il mio percorso: un bando per nove mesi a New York, nella redazione esteri de La Stampa. Ci provai e vinsi!

Per nove mesi ebbi quindi la possibilità di lavorare all’interno della redazione con il compito di proporre contenuti per la versione web del giornale, all’epoca ai suoi albori. Avendo già i contenuti di politica ed economia a cura dell’allora inviato Maurizio Molinari (oggi Direttore del quotidiano La Repubblica), serviva qualcuno che individuasse le notizie legate al mondo dello spettacolo statunitense da proporre ai lettori italiani: in poche parole, ogni mattina curavo la rassegna stampa di quello che di lì a poco sarebbe stato il mio mondo!

E dopo New York?

Una volta tornata a Torino trovai lavoro presso la stessa compagnia italiana per la quale avevo seguito le Olimpiadi del 2006: nel frattempo era cresciuta molto ed era alla ricerca di nuovo personale da dedicare agli eventi successivi. Trattandosi di esperienze internazionali, la borsa di nove mesi fatta a New York giocò senz’altro a mio favore. Mi presero e da lì ebbe inizio il mio giro del mondo: 4 cerimonie per le Olimpiadi di Londra 2012 in qualità di senior cast coordinator, 4 a Sochi 2014 e 3 a Rio de Janeiro 2016 come head of cast and volunteers. Parallelamente alle Olimpiadi, nel 2009 seguii i Giochi del Mediterraneo di Pescara e nel 2015 i Giochi Panamericani di Toronto legati al Cirque du Soleil, esperienza che ha fatto da sliding door della mia vita: in teoria mi sarei dovuta occupare dei Giochi di Toronto solo per un mese, gestendo nel mentre il lavoro per le imminenti Olimpiadi di Rio. In realtà, invece, quel mese conobbi sia il mio futuro marito che il mio futuro posto di lavoro, il Cirque du Soleil. A quanto pare “Run away with the circus” è un motto che vale per tutti tranne che per me, che ho trovato nel circo il primo contesto stabile della mia vita.

In cosa consiste di preciso il tuo lavoro? E quali sono le skills che proprio non possono mancare? 

Il mio lavoro consiste principalmente nel reclutare e gestire grandi gruppi di volontari e artisti. Ho esperienza come producer e project manager per lo show business, due mestieri che richiedono grande capacità di adattamento, indispensabili quando si lavora in ambienti dalle competenze e specifiche così fluide.

Oggi all’interno del Cirque du Soleil aiuto i partner commerciali a mantenere gli standard artistici e tecnici richiesti dai nostri spettacoli. Nel concreto, mi assicuro che siano seguiti e sostenuti intercettando e rispondendo a necessità estremamente diverse tra loro: c’è chi ha più bisogno di essere assistito dal punto di vista tecnico, chi lato marketing, chi ancora nella produzione. Il mio compito è quello di capire i diversi bisogni e fornire gli strumenti necessari affinché tutti possano lavorare al meglio.

Le soft skills fanno la metà del lavoro: prima tra tutte l’empatia, la capacità di saper ascoltare e di comprendere i problemi. Se si è in grado di osservare le persone, di capire cosa sanno e amano fare, è possibile mettere tutti nella condizione di lavorare bene, di avere un ruolo definito, di evitare sostituzioni o sovrapposizioni, di poter esprimere dubbi e di non lavorare oltre a quanto non serva davvero. Elementi che vanno a beneficio di tutti, lavoratori e azienda.

Quali differenze hai notato tra il contesto lavorativo italiano e quello canadese?

L’eccellenza dello show business italiano è riconosciuta a livello mondiale. Le differenze si notano più a livello di ambiente lavorativo: in Canada esiste una radicata consapevolezza della necessità imprescindibile di conciliare vita e lavoro affinché quest’ultimo non venga assunto a missione di vita e non richieda l’esclusività rispetto ad ogni altro aspetto della nostra quotidianità.

In Italia, invece, esistono ancora troppe aziende in cui regna la mentalità per la quale è giusto investire anima e corpo nel proprio lavoro, è legittimo richiedere e accettare grandi rinunce in nome della carriera e, di conseguenza, ritenere inevitabili discriminazioni su alcune tipologie di lavoratori, danneggiando le donne in primis.

In Canada ho notato un’attenzione maggiore che guarda alla persona nella sua totalità: il fatto che al Cirque du Soleil l’ufficio che in Italia definiremmo “Risorse Umane” si chiami “Talent Department” è abbastanza rappresentativo di ciò che intendo.

Oltre all’esperienza a New York cosa ti ha lasciato il progetto Talenti?

Mi ha regalato una grande fiducia in me stessa. Prima della borsa percepivo le cose più interessanti ed entusiasmanti della vita quasi inavvicinabili o comunque non alla portata di tutti. Dopo l’esperienza a New York ho capito invece che se si desidera realizzare un sogno, gli strumenti e le possibilità per dar forma ai propri progetti esistono per davvero. Questo non vuol dire che sia facile, ma neanche impossibile.

Alle ragazze e ai ragazzi che non sanno ancora di essere i prossimi Talenti, direi “Ci sono molte più possibilità che il vostro sogno diventi realtà di quanto crediate. Osate!”   

sara berutto
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