Il Museo Immaginario spiegato da Clemente Miccichè

In occasione delle aperture straordinarie di Palazzo Perrone di San Martino del 6 e 7 giugno 2026, la Fondazione CRT invita cittadini, turisti e appassionati a scoprire gli spazi storici della propria sede attraverso “Museo Immaginario” (ingresso gratuito previa prenotazione), il progetto espositivo curato da Clemente Miccichè che mette in dialogo la collezione della Fondazione Arte CRT con l’architettura barocca del palazzo.

Ispirato al concetto di Musée Imaginaire di André Malraux, il percorso intreccia opere di artisti e fotografi del Novecento e contemporanei con le sale auliche di Palazzo Perrone, creando connessioni inattese tra epoche, linguaggi e visioni del presente. Un museo senza muri, in continua trasformazione, che invita il pubblico a costruire il proprio sguardo attraverso immagini, memoria e nuove prospettive.

Curatore e storico dell’arte contemporanea, Clemente Miccichè guarda all’arte come a uno spazio aperto di confronto tra mondi diversi, culture e sensibilità lontane. La sua ricerca si muove tra arti visive, fotografia e pratiche contemporanee, con un approccio profondamente legato alla curiosità, all’ascolto e alla costruzione di nuove narrazioni.

In questa intervista ci racconta il dialogo tra la collezione della Fondazione Arte CRT e Palazzo Perrone, il significato di Museo Immaginario e le riflessioni che attraversano il progetto espositivo.

Il binomio tra te e la Fondazione CRT: com’è scoccata la scintilla professionale che ha portato alla nascita di questa collaborazione?
A tratti è stato complesso immergersi in una realtà così strutturata, comprenderne i meccanismi e trovare il modo di entrarvi in punta di piedi, senza alterarne gli equilibri. Allo stesso tempo, però, è stato tutto molto naturale: non capita spesso di confrontarsi con un patrimonio artistico di questa portata, e sono profondamente grato per questa opportunità.

Che cos’è il Museo Immaginario?
È un progetto itinerante nato per valorizzare la Collezione Permanente di Fondazione CRT Arte attraverso mostre allestite in sedi diverse, rendendo accessibile al pubblico una selezione del patrimonio della Fondazione. Il progetto pilota si è svolto a Palazzo Perrone di San Martino, ma sono già previsti nuovi sviluppi.

Il titolo prende ispirazione da un saggio di André Malraux del 1947, in cui il filosofo rifletteva su come la fotografia avesse reso possibile a ciascuno costruire un proprio museo immaginario, mettendo in relazione opere provenienti da contesti differenti e attribuendo loro nuove letture. Un museo senza muri, in costante mutamento, capace di raccontare sempre nuove storie. Ho cercato di tradurre questo concetto in un progetto ampio e dinamico, che restituisse le infinite possibilità narrative racchiuse nella collezione.

Se curare una collezione è come scrivere un romanzo, con quale criterio hai scelto le opere protagoniste di questo percorso espositivo?
Credo che curare una collezione assomigli più alla regia di un film. Serve certamente una visione d’insieme, ma la riuscita di un progetto dipende soprattutto dalla qualità delle persone con cui si lavora. In questo caso ho avuto la fortuna di confrontarmi con una squadra eccellente.

Per quanto riguarda le opere, ho cercato innanzitutto di costruire un dialogo con l’architettura che le ospita e, al tempo stesso, una narrazione interna capace di restituire lo spirito con cui la collezione è stata costruita. Dopo le aperture dello scorso autunno, Palazzo Perrone è già stato oggetto di un riallestimento, confermando la natura dinamica e in continua evoluzione del progetto.

Quali sono le novità più significative della collezione e in che modo segnano un’evoluzione rispetto alle scelte degli anni passati?
La collezione continua a crescere seguendo una linea sempre più internazionale e multidisciplinare, ampliando il dialogo tra media, geografie e generazioni differenti. Le acquisizioni più recenti confermano una particolare attenzione verso pratiche che intrecciano ricerca visiva, riflessione politica e sperimentazione formale, rafforzando la capacità della collezione di leggere il presente attraverso prospettive molteplici.

Esiste un fil rouge che lega opere tra loro così diverse?
Credo che il filo conduttore sia la capacità delle opere di interrogare il presente senza illustrarlo in modo didascalico. Pur attraverso linguaggi molto differenti, condividono tutte una tensione verso temi urgenti: identità, trasformazione, ecologia, tecnologia, memoria e geografie del potere.

Palazzo Perrone è uno scrigno storico: come convive il barocco con l’arte contemporanea? Esiste una liaison segreta tra questi due mondi?
L’arte è sempre stata contemporanea e continua a esserlo finché riesce a raccontare il proprio tempo o a rileggere il passato attraverso nuove prospettive. Il barocco, prima ancora che una corrente artistica, è stato una sensibilità: il desiderio di suscitare emozioni intense e costruire un’esperienza immersiva, fatta di meraviglia, inquietudine, stupore e dramma. Anche questo allestimento non vuole limitarsi a proporre riflessioni formali, ma attivare nello spettatore nuove chiavi di lettura su alcune delle questioni più urgenti del presente.

Quali sono i simboli o le sfide del nostro tempo che le opere esposte cercano di sciogliere o di raccontare al pubblico?
Le opere affrontano questioni estremamente attuali: il rapporto tra uomo e macchina, le crisi migratorie, l’emergenza ecologica, l’espansione urbana e il dialogo — talvolta conflittuale — tra culture, territori e specie non umane.

Si dice che lo sguardo di un curatore sia formato da tutto ciò che ha visto e letto. Qual è il libro o il film che ha cambiato radicalmente il tuo modo di guardare un’opera d’arte e che consiglieresti di riscoprire oggi?
Un libro che mi ha influenzato profondamente è L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall. È un saggio che, attraverso biologia e neuroscienze, indaga il motivo per cui gli esseri umani trascorrano così tanto tempo immersi in mondi immaginari, mostrando come letteratura, cinema, arte, poesia e mondo dei sogni abbiano una funzione evolutiva e formativa di importanza cruciale.

Se dovessi scegliere una colonna sonora o un riferimento letterario per accompagnare la visita a Palazzo Perrone, quale sarebbe?
Entrando dallo scalone principale e osservando gli affreschi della volta, immagino possa risuonare il Lohengrin di Wagner: un condensato di teatralità, mistero e monumentalità, ma anche di costruzione narrativa. Una stratificazione di linguaggi e una tensione tra luce e ombra che restituiscono quell’idea di esperienza totale che una mostra di arte moderna e contemporanea in uno spazio simile cerca di evocare.

Qualcosa che ogni appassionato di bellezza dovrebbe avere nella propria biblioteca?
Storia della Bruttezza di Umberto Eco. Un libro brillante e ironico che racconta, attraverso le più importanti raffigurazioni di demoni, mostri, malati e figure perturbanti, il ruolo di questi elementi nella cultura occidentale. Mostra come spesso l’arte non debba essere bella per essere buona, e come qualcosa di disturbante possa colpirci, e quindi affascinarci, più di ciò che appare impeccabile. E, forse, ricordarci di non prenderci sempre troppo sul serio.