Come trasformare i dati in oro: la storia di Lycurgo Vidalakis

Che si tratti di analizzare l’area boschiva dello Yellowstone National Park o di individuare gli attici più ambiti su Central Park, i dati geospaziali possono rappresentare un’inesauribile fonte di valore. A patto, però, di saperli analizzare e interpretare con la giusta attenzione.

Lo sa bene Lycurgo Vidalakis, esperto in processi di trasformazione territoriale di formazione architetto e alumnus del progetto Talenti. Conseguita la specialistica in Pianificazione urbanistica, territoriale e ambientale a cavallo tra Genova e il Politecnico di Torino, Lycurgo approfondisce gli strumenti per la gestione e l’analisi dei dati spaziali come i GIS (Sistemi Informativi Geografici) anche grazie a un tirocinio presso l’ufficio GIS del Settore Pianificazione Territoriale della Regione Liguria. Un mix di competenze ed esperienze che contribuirà a fargli vincere la borsa di studio di Talenti Neolaureati della Fondazione CRT per un anno di esperienza presso il Parco Nazionale di Yellowstone, cui seguirà un dottorato in Pianificazione dei trasporti per approfondire l’utilizzo dei dati GPS, concluso con un tirocinio in Pininfarina nel campo della gestione di progetti di ricerca sulla mobilità elettrica.

Oggi Lycurgo è tech leader e senior geospatial analyst in Compass, azienda che sviluppa tecnologie e soluzioni innovative al servizio del settore immobiliare residenziale USA.

Come hai scoperto il progetto Talenti Neolaureati? E in cosa è consistita la tua esperienza allo Yellowstone National Park?

Sono venuto a conoscenza del progetto grazie all’insistenza di un amico, alumnus Talenti e vincitore di una borsa presso la World Bank di Washington.
A me invece Talenti Neolaureati ha portato allo Yellowstone National Park, dove ho potuto occuparmi della pianificazione dello sviluppo delle aree costruite del parco attraverso banche dati spaziali, della gestione dei database spaziali delle infrastrutture idriche ed elettriche, della raccolta dati tramite rilevamento GPS e della digitalizzazione di mappe cartacee e immagini satellitari. Il tutto avendo accesso ai migliori software e banche dati disponibili sul mercato, a corsi di formazione e a strumenti di rilevazione GPS ad altissima precisione. Non solo: mi è stata data la possibilità di partecipare ad altri progetti di mio interesse, come il testing di un algoritmo sviluppato dalla NASA per prevedere l’estensione delle aree di pascolo nel parco durante l’anno; un progetto che difficilmente avrei avuto modo di conoscere così da vicino.

Dal 2015 vivi e lavori a New York come Senior Geospatial Analyst per Compass: di cosa ti occupi? 

Compass è un’azienda proptech – neologismo che nasce dalla fusione tra property e technology – e offre agli agenti immobiliari gli strumenti tecnologici necessari per gestire ogni fase della transazione di un immobile e i relativi servizi accessori: mutui, ispezioni, ristrutturazioni, social media advertising, pagamenti.
Lavoro per Compass dal 2015, periodo in cui era ancora una startup con qualche centinaio di dipendenti e stava muovendo i suoi primi passi al di fuori del suo territorio di riferimento, New York. C’era bisogno di un team snello, in grado di muoversi velocemente e di agevolare al massimo la sinergia tra tutti i dipendenti. Proprio come l’analisi dei dati, dal 2015 ad oggi l’azienda è numericamente esplosa arrivando a contare 30.000 persone tra dipendenti e agenti e con nuovi uffici di ricerca e sviluppo a Washington, New York, Seattle, Cina e India.
Oggi il compito del mio team geospatial infrastructure è quello di estrarre, trasformare e importare i dati spaziali, informazioni che vanno dai confini amministrativi a quelli dei quartieri, dai distretti scolastici ai servizi di trasporto, dalla geolocalizzazione di transazioni alle proprietà immobiliari, solo per fare qualche esempio. 

Come è cambiata e cosa ha cambiato in questi anni l’analisi dei dati?

Dal 2015 ad oggi quasi la totalità dei dati di cui mi occupo in Compass sono aumentati di 2 ordini di grandezza. Per intenderci, il numero di uffici è passato da singole unità a centinaia, quello delle contee coperte dall’azienda da decine a migliaia, gli agenti immobiliari da centinaia a decine di migliaia, i quartieri e le città da migliaia a centinaia di migliaia, le transazioni da milioni a centinaia di milioni. Di conseguenza anche il numero delle relazioni è aumentato, in alcuni casi linearmente, in altri esponenzialmente.

Oggi è possibile accedere a un quantitativo enorme di dati geospaziali, creati in modo quasi inconsapevole da tutti noi utenti nel momento in cui scattiamo una foto, inviamo un tweet o interagiamo con le app installate sui nostri smartphone. Dati che possono essere accessibili alle aziende attraverso database open-source in licenza d’uso gratuita o a pagamento, a prezzi sempre più competitivi. Inoltre, se qualche anno fa erano poche le imprese che potevano permettersi le infrastrutture tecnologiche necessarie per immagazzinare e analizzare grandi quantità di dati, oggi sono sempre più numerose le realtà che hanno la possibilità di noleggiare piattaforme di cloud computing / distributed computing. E i tempi di elaborazione, a parità di dati, si riducono notevolmente: analisi che anche solo qualche anno fa potevano richiedere fino a 3-4 giorni, oggi possono essere completate in appena poche ore.
Detto ciò, il fatto di avere sempre più dati a disposizione non semplifica di certo la vita agli analisti, anzi. Il mix di informazioni da utilizzare è composto da una percentuale sempre crescente di dati non strutturati, più sporchi. La sfida di oggi non consiste più nella semplice raccolta dati, ma richiede anche l’armonizzazione di dati strutturati e dati non strutturati. Per questo oggi la figura dell’analista deve essere una figura anche creativa, in grado di porsi le domande giuste e di capire quali siano le informazioni che più potrebbero interessare all’azienda.

Come si lavora in un’azienda nominata Glassdoor’s Best Places to Work nel 2018 e Fast Company’s Best Workplaces for Innovators nel 2019? 

L’ambiente in ufficio è molto informale, gli spazi sono open space e le aree comuni sono pensate per favorire la collaborazione e la socializzazione tra colleghi: colazione, pranzo, cena, snack, bibite, birra ma anche sale giochi dotate di videogames, biliardi, ping-pong e karaoke sono tra i servizi di cui tutti i dipendenti possono disporre liberamente.
Con l’arrivo della pandemia il lavoro si è spostato in remoto, senza per questo frenare l’assunzione di nuovi dipendenti. 

Analizzare dati in Italia è diverso dal farlo negli States?

In Italia mancano investimenti che consentano di sviluppare il privato e la maggior parte degli strumenti necessari per questo lavoro restano appannaggio della Pubblica Amministrazione.
Negli States invece assistiamo a un mercato più florido, dovuto forse a una più radicata cultura imprenditoriale e alla forte propensione al rischio. Qui, negli USA, è normale amministrazione investire sulle startup, sulle idee che nascono in un garage, mentre in Italia ci sentiamo molto più sicuri nell’investire su attività di tipo più tradizionale.
Da non sottovalutare inoltre la differenza che sta anche nella domanda: negli USA esiste una forte “cultura dei dati” che richiede un’attenta analisi per tutto ciò che prevede una scelta. In Italia invece prevale la propensione ad affidarsi all’istinto, anche quando si parla di investimenti.

A chi e perché consiglieresti di candidarsi a un progetto Talenti della Fondazione CRT? 

A chiunque abbia voglia di mettersi in gioco: i progetti Talenti sono un’esperienza unica a livello formativo, in grado di dare una grande marcia in più dal punto di vista professionale.
Un altro elemento da considerare è il networking: nel mio caso, aver partecipato al progetto Talenti Neolaureati mi ha permesso di prendere parte a molte altre attività all’interno della Community dei Talenti e di instaurare rapporti che coltivo ancora oggi, nonostante viva all’estero da sette anni.

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