Franco Bomprezzi, giornalista

Franco Bomprezzi è giornalista professionista, da tempo impegnato nella comunicazione della disabilità e nell’informazione sociale. Con l’handicap convive da sempre: vive e lavora in carrozzina in seguito agli esiti di una rara malattia genetica delle ossa, l’osteogenosi imperfetta. Mercoledì 14 ottobre, presso la Fondazione CRT, è intervenuto durante l’incontro “Disabilità e informazione” per spiegare come parlare di un argomento trattato spesso nel modo sbagliato.

Quali sono le parole giuste per parlare di disabilità? E chi dovrebbe sceglierle?

Esiste una terminologia corretta per parlare di disabilità. I media spesso riprendono termini di cui abusa l’opinione pubblica, termini considerati politically correct, che a noi persone disabili non piacciono e che non ci siamo scelti. Spesso siamo infatti costrette a subire il linguaggio sulla disabilità nato negli ambienti medico-sanitari, o ancor peggio nati dalla burocrazia. “Persone disabili” è oggi, nel 2009, la definizione più corretta e condivisa a livello planetario per indicare esattamente quello che fino a ieri si definiva tout court “portatore di handicap” o semplicemente “il disabile”. La qualità intrinseca di questa espressione si basa su due pilastri forti e ben bilanciati: sottolinea la “persona”, ossia la identità individuale imprescindibile e completa di ogni individuo, uomo o donna, giovane o anziano. Mentre la specificazione “con disabilità” aggiunge la specificità, non nega la condizione di disabilità, ma la sottrae al corpo e alla mente della persona, collocandola nella dimensione della relazione funzionale.

In quale errore incappano i media parlando di disabilità?

I media purtroppo tendono a celebrare le imprese delle persone disabili o a parlarne quando coinvolte in casi di cronaca nera, non esiste la mezza misura. Pochissime e di nicchia le inchieste degne di questo nome, nessuna competenza professionale nei media generalisti, se non con rarissime eccezioni. Tutto questo è già ampiamente noto. Ma quello che è peggio è che ultimamente la rissosità del linguaggio politico ha tracimato involgarendo e usando sempre più spesso insulti che si riferiscono all’aspetto fisico. L’ultimo in ordine di tempo è quello di Silvio Berlusconi rivolto a Rosi Bindi (”più bella che intelligente” dove è evidente la convinzione che la combattiva leader del Pd non sia particolarmente attraente). Ma prima di questa improvvida uscita abbondano i riferimenti al “nano” Brunetta, e addirittura Beppe Grillo ripete sarcastico lo “psiconano” riferendosi a Berlusconi. A nessuno passa per la testa che un uso insultante di questi riferimenti fisici può ferire, per davvero, non i destinatari politici, che hanno la pelle assai spessa, ma chi effettivamente vive un deficit così stigmatizzante.

Qual è la differenza tra integrazione e inclusione?

Si parla di integrazione laddove la società accetta che qualcuno esterno entri nel proprio complesso di regole precostituito e preesistente; quando invece la stessa società fin dall’inizio pensa se stessa e le proprie regole guardando a tutti gli individui, allora c’è inclusione. Specialmente negli ultimi anni si è radicata la consapevolezza che le persone con disabilità sono “parte integrante” e non solo “integrata” della società, secondo il modello dell’inclusione appunto.

Cos’è la cultura della normalità?

E’ una cultura capace di rappresentare la normalità della condizione umana di tante singole diversità, quante sono le situazioni di disabilità, non riconducibili assolutamente ad unicum. Questa legittima e doverosa rivendicazione di cittadinanza senza aggettivi, si scontra quotidianamente con un’altra esigenza, altrettanto forte e incontrovertibile, ossia quella dell’identità, della riconoscibilità in quanto persona con disabilità, e dunque titolare di diritti esigibili. Da questo punto di vista il conflitto, anche verbale, appare difficilmente sanabile. In qualche modo la definizione, la classificazione, per quanto rovesciata e tendente a valorizzare le “abilità”, le “capacità”, sottintende comunque una specificità, una diversità rispetto a chi disabile non è.

Per tornare al linguaggio, non più quello verbale, ma dei segni, dei simboli: cosa pensa della segnaletica sulla disabilità?

Ho più volte sottolineato la bruttezza simbolica e grafica dell’omino a rotelle stilizzato che rappresenta, per convenzione, la persona con disabilità quando deve sostare o circolare con la propria vettura, o trasportato da altri. Oltre alla piccole dimensioni della testa rispetto all’enorme semicerchio della ruota, è da notare che questo simbolo semplifica e radicalizza, nell’inconscio collettivo, l’idea stessa di disabilità confondendola e appiattendola unicamente sulla dimensione delle persone che si muovono in sedia a rotelle. Da notare che il contrassegno viene dato anche a non vedenti, disabili intellettivi, persone deambulanti con fatica, ecc. Eppure nessuno rinuncerebbe a questo simbolo, esposto sul parabrezza, e dunque fortemente stigmatizzante, perché la rinuncia comporterebbe il danno maggiore della perdita non di un privilegio (come peraltro molti non disabili lo considerano, più o meno coscientemente) ma di un correttivo (spesso inutile) alla inciviltà della sosta e della circolazione automobilistica.

Piccola scheda biografica
Nato a Firenze nel 1952, giornalista e scrittore. Vive e lavora in sedia a rotelle per gli esiti di una malattia genetica. Professionista dal 1984, ha lavorato in quotidiani, agenzie di stampa, portali internet. Attualmente free lance a Milano, esperto di comunicazione sociale. Opinionista del magazine “Vita” e del quotidiano on line “Affari Italiani”, è direttore responsabile di DM, periodico della Uildm, unione italiana lotta alla distrofia muscolare. Ha scritto “La contea dei ruotanti” (1999) e “Io sono così” (2003). Membro del comitato scientifico della Fondazione Vodafone, portavoce di Ledha, Lega dei diritti delle persone con disabilità, nominato Cavaliere della Repubblica il 3 dicembre 2007 dal presidente Napolitano in occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità. Fra un lavoro e l’altro partecipa a convegni, conduce tavole rotonde, viaggia, è ospite di programmi radiofonici e televisivi.

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